Giorgio Colli

Ed ora rilassatevi,chiudete gli occhi,aprite la mente e lasciate volare liberi i vostri pensieri,le vostre riflessioni filosofiche...

Giorgio Colli

Messaggioda tiziano il 18/08/2020, 19:13

Avevo scritto che avrei dovuto parlarvi di Giorgio Colli, Ebbene: l'ho detto e lo sto facendo, sto davvero scrivendo il libro "Il filosofo riluttante"; quindi vi anticipo qui quello che vi ho scritto di Colli (poi magari vi darò spiegazioni più puntuali):

"Quando prima ho discusso dei tipi filosofici ne ho volutamente tralasciato uno: il filosofo anacronistico; che tuttavia non è un tipo, è proprio un filosofo, unico: è Giorgio Colli. Il quale però non mi ha mai annoiato o irritato, piuttosto mi ha irretito nel suo pensiero, con cui non cesso di confrontarmi - ed è stato un arduo confronto - da quando lo conobbi. Direi che la mia è stata una lunga infedeltà, ma d’altronde lui stesso consigliava di scegliersi i propri, pochi, maestri e quindi spremerli, sviscerarli, tormentarli, sminuzzarli e poi rimetterli assieme; io l’ho fatto, ma non ho ricomposto a dovere i pezzi.
Il suo anacronismo è da intendersi in senso strettamente etimologico: era contro l’attualità, che disdegnava, e contro le filosofie attuali, che riteneva menzognere. Per questo mi affascinò: reduce dall’avventura sessantottesca, disilluso da vicende che mi parevano insieme drammatiche e futili, stanco di una ideologia (il marxismo) a cui avevo aderito con giovanile entusiasmo ma che mi si dimostrava un fossile storico, mi imbattei in questo filosofo dai tratti intellettualmente aristocratici, che invitava a tornare all’origine della filosofia, anzi a ciò che l’aveva preceduta e di cui la filosofia era surrogato e perversione: la Sapienza, Sophia, cioè quella comunità di uomini (filosofi sovrumani, così li aveva definiti) che in Grecia avevano fondato la ragione, attraverso una complessa esperienza di cui ormai noi, gli “ultimi uomini” infiacchiti dall’astrazione non serbiamo che un’infima traccia. Ammetto che fu proprio questa dimensione di inattualità e di eccezionalità a farmi approssimare al suo insegnamento, perché oltre che dischiudermi nuove prospettive storiche e teoretiche mi consentiva di avvolgermi in un’aura romanticamente esoterica; ma poi dovetti affrontare la sua teoria, la maestosa 'filosofia dell’espressione', che imponeva una totale riconfigurazione e rivalutazione di intendere il mondo e la vita. Non provo neanche a descriverla, tanto è complessa e perfino ostica; mi limito ad enunciarne l’elemento essenziale, cioè che la realtà è apparenza, una trama di rappresentazioni, che sono soltanto il modo in cui per il soggetto conoscente si esprime una alterità immediata ed irrappresentabile; il mondo è quindi il risultato illusorio dell’espressione di qualcosa di ignoto, come “una nebbia iridescente che sale da oscure paludi”; quest’ignoto può misticamente essere evocato ed è appunto in questa originaria evocazione che si fonda, si dibatte e si perde la ragione, che non può che essere limitata e destinata allo scacco, dato che anch’essa appartiene all’apparenza mondana. Con tutto ciò che ne consegue, teoreticamente ed eticamente. Ad esempio un’idea dell’essere umano come una convergenza di serie espressive, che trova nel principium individuationis la propria struttura rappresentativa: un organismo in cui la “grandiosa convergenza di serie espressive”, appunto, consente l’accadimento straordinario del riflusso dell’espressione, del tentativo di recuperare l’immediatezza perduta. Questo è ciò che Colli definisce “la continuazione umana del mondo come espressione”; che tuttavia di umano ha ben poco, in quanto l’uomo subito si trasforma in soggetto conoscente, dentro la struttura della rappresentazione, quindi privo di consistenza, di sensibilità, di esperienza,.
Ecco: questo è il punto che ha segnato il mio distacco – pur sempre incerto e nostalgico, tant’è che non smetto di ripensarci – dalla sua filosofia: l’assenza della vita, o, per dirla con il lessico della fenomenologia, del mondo della vita dell’essere umano. In realtà Colli sembra considerarlo,quando esprime un concetto determinante, almeno per me: che l’uomo è un animale, che può dirsi superiore agli altri animali poiché possiede una maggiore intensità che si esprime in lui dal fondo della vita e di cui la ragione è una ripercussione. Instaura dunque una gerarchia metafisica; ebbene, è qui che io mi domandai se invece di seguire la metafisica non sarebbe stato meglio seguire la biologia. Stabilito che 1. l’essere umano è un animale, 2. è un animale che presenta caratteristiche particolari e 3. la ragione è il risultato della sua particolare animalità, non ne deve conseguire che si debba indagare nella sua storia evolutiva, per comprenderne la sua biodiversità? Ma è ovvio che questa mia divergenza è stata la crepa che dopo ha fatto crollare l’intero edificio, conducendomi a scelte filosofiche sempre più distanti dalla filosofia di Colli, perfino opposte (ad esempio il riferimento alla conoscenza scientifica, che per lui è una menzogna). Perciò gli debbo, forse, la mia impertinenza filosofica ma non la mia filosofia minima, che certamente disprezzerebbe.
L’anacronismo di Colli fu una deliberata scelta coerente con la sua filosofia, ma sarebbe ingenuo credere che questa filosofia nascesse in un vuoto teoretico, che fosse una sorta di anacoreta intellettuale, perché invece aveva solidissimi e attualissimi referenti: Schopenhauer, Nietzsche e prim’ancora Kant; di fatto fu un filosofo post-kantiano, che scelse una via originale e solitaria per affrontare la questione del mondo noumenico e fenomenico. Or bene: quando deliberai di rifiutare l’ipotesi metafisica del mondo come espressione e rappresentazione e di rivolgermi alla più concreta ed esperibile biologia, trovai una riformulazione dell’a priori – poiché è questo il vero punto cruciale del problema - che appunto si basava su un’ipotesi biologica, elaborata da Konrad Lorenz."
tiziano
 
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