Nuovo realismo???

Ed ora rilassatevi,chiudete gli occhi,aprite la mente e lasciate volare liberi i vostri pensieri,le vostre riflessioni filosofiche...

Re: Nuovo realismo???

Messaggioda wolfhowl il 14/03/2012, 20:49

Vediamo se così potrebbe andare: referente e lingua si influenzano reciprocamente nel delineare l'immagine del mondo stesso. Tuttavia andrei cauto nel decretare come si è originata la lingua, e anche nel dire che essa è la traduzione del pensiero. Se il pensiero precede il linguaggio è ovvio che esso non è quello che stiamo facendo qui adesso; mi spiego meglio: quando dici che lo scimpanzé "pensa" non intendi dire che lo scimpanzé si dice: "sposta le casse e prendi la banana", questo pensiero come facoltà imprecisata (che non negherò) non è però traducibile in parole, perché altrimenti sarebbe parte della lingua. Da ciò deriva che non possiamo dire niente su di esso; nemmeno che le intuizioni (non espresse a parole) siano il fondamento della linguistica (stiamo sempre usando parole). Possiamo ammettere un'influenza reciproca tra referente e lingua, ma niente di più. Dato che diciamo solo parole allora occorre vedere come è fatto il nostro linguaggio. Provo a riassumere brevemente le indagini di De Saussure e di Derrida. La lingua è formata da significanti e significati. Ogni significato è differenziale, si costituisce solo per differenza rispetto ad altri significati (ovviamente qua bisognerebbe aggiungere l’influenza del referente sui significati, ma ciò non influisce sul fatto che ogni significato sia differenziale); allo stesso modo anche ogni significante è differenziale (la l non è la m e l’importante è la differenza tra le 2 lettere ). Infine, e questo è il “paradosso” del segno linguistico, non si dà un significato senza significante e viceversa: bisogna già possedere il significato per attribuirgli un’articolazione linguistica ma nello stesso tempo il concetto non può già esistere se non è tradotto in una dato significante. E allora ciò che propriamente si vuole dire non si potrà mai dire perché il senso sarà differito, essendo la lingua stessa un continuo differimento. E quindi, all’interno della lingua non c’è parola piena, non c’è significato pieno; l’assolutezza, la pienezza è un qualcosa che non si dà neppure all’interno della lingua. E allora con che diritto parliamo di Realtà e Verità assolute se proprio la pienezza manca nella lingua stessa? Realtà e Verità non potranno essere dette se non differendosi nella lingua, per questo dicevo che propriamente parlando la Verità e la Realtà (con la maiuscola) non possono essere un ente (e dunque un segno), perché non si possono dire.
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Messaggioda tiziano il 17/03/2012, 19:42

1. sul fatto che pensiero e lnguaggio si influenzano reciprocamente siamo d'accordo, su tutto il resto no. Intanto non penso (e neanche credo d'aver scritto) che il linguaggio traduca il pensiero, piuttosto ne è una protesi magnificativa, che successivamente sacerdoti, monaci, filosofi elaborarono in un organon. Secondo me le cose sono andate così: c'erano due - dovervano esser due, perché il linguaggio è comunicazione - della specie homo ergaster nella savana, uno vede un' antilope e col dito indice la mostra all'altro mentre grugnisce "UHUH!"; l'altro, che doveva essere un tipo vispo, pensa allora "UHUH!"=antilope e così l'homo cominciò a parlare, liberandosi delle cose e dunque scoprendo le possibilità sintattiche che la lingua offriva. Poi però quei sacerdoti, monaci, filosofi cominciarono a distrarsi, ad esempio confondendo nomi e verbi, cos'ì l'essere diventa Essere, a dire che occorre dire e pensare (mentre si può dire ma non si può pensare) che l'Essere è e il Non Essere non è, ecc.; e vai!, fino ad arrivare ad uno che l'Essere non lo vuol dire ma siccome lo deve dire per forza allora lo scrive con una croce sopra e comincia anche lui a giocare con le parole, almanaccando sulla differenza e la differanza e pututù e pututà (per me è un pò schizoide).
2. non capisco perché non si possa dir nulla del pensiero; a parte il fatto che i filosofi non hanno fatto altro fin dai tempi di Eraclito,se uno pensa ha esperienza del pensiero, se uno nuota ha esperienza del nuoto, se uno soffre ha esperienza della sofferenza, ecc. Altra cosa è ovviamente dire qualcosa di sensato.
3. Io non parlo di Verità assoluta o Realtà, né di pienezza e di vuotezza, tanto meno di Realtà o Verità come entità; piuttosto come metafore (poiché le lingue hanno il dono della mitopoiesi); magari ha ragione Nietzsche quand 'afferma che la Verità è un tessuto di cangianti metafore. E tanti altri come me si disinteressano completamente di 'ste cose; mi verrebbe da dire che siamo i barbari che non parlano il logos occidentale ma so bene che te replicheresti che non si può non essere parlati dal logos: come diceva Lacan? Moi, la Verité, je parle ;)
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Re: Nuovo realismo???

Messaggioda wolfhowl il 01/04/2012, 9:49

Scusami per il lungo periodo di assenza. Tenterò di riprendere le linee del discorso:
1 Per quanto riguarda l'antilope faccio solo presente che per dire uhu indicando l'antilope il nostro progenitore avrebbe dovuto possedere già il concetto di antilope. Bisogna già avere il significato per volerlo esprimere tramite un suono ma è anche da notare che il significato (della lingua, non del pensiero) si dà solo tramite un significante. Quindi andrei cauto nel provare ad indovinare come si è formato il linguaggio. Inoltre prima dici che il linguaggio è comunicazione e poi che è un'attività mitopoietica, quale delle due?
2 Anche per quanto riguarda il pensiero che non è tradotto in parole non mi proverei a dire qualcosa di sensato, proprio perchè lo direi a parole.
3 Se parliamo di metafore va bennissimo, d'altronde Nietzsche diceva che il linguaggio è una facoltà interpretativa e che la parola, anche nel suo grido originario, è già una metafora poetica.
4 Infine, tu caro Tiziano, che posizione prendi sul nuovo realismo?
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il mondo è grigio il mondo è blu

Messaggioda tiziano il 01/04/2012, 23:02

Oh! Siccome stasera non ho nulla da fare mi diverto un po’ chiacchierando del più e del meno. Il mondo è grigio il mondo è blu: ritornello di una canzone vecchissima del patetico Nicola di Bari (?), mi pare approriato perché sto' si vuol far finta che non esista.....
Dunque, caro Wolfhowl, prima rispondo sinteticamente:
1. Certamente il mio ergaster possiede il concetto di “antilope”, anche se concetto è termine equivoco, prima di nominare l’animale, poiché lo riconosce, e lo riconosce perché è in grado di fare inferenze induttive.
2. E allora?
3. Non stiamo parlando delle stesse metafore, e tra poco lo spiego.
4. Ma non l’ho già scritto nel mio primo post di questa discussione? Comunque se ti piace farmi ripetere lo farò: repetita juvant.
Anzi, cominciamo da questo. Non c’è nessun realismo nuovo, c’è piuttosto una generazione di filosofi che s’è scocciata della filosofia precedente (io sono tra questi), in gran parte intenta a muoversi dentro il cd circolo ermeneutico, tanto da aver sovente confuso la filosofia con la letteratura, che poi è un modo elegante per renderla affascinante ed inutile, o – come sosteneva Rorty – una forma di intrattenimento personale. Ovviamente l’attuale realismo è piuttosto una disposizione verso il mondo, che richiede di tornare ad assumere impegni ontologici ma soprattutto etici. Di acqua sotto i ponti ne è passata, oggi non ci sono più realismi ingenui, per cui la mente è semplicemente lo specchio del mondo; la mente non è speculum naturae, è natura. Poi questi filosofi scocciati sono abbastanza accorti, il loro punto di riferimento è Kant (v. Ferraris, “Goodbay Kant”), si muovono quasi sempre nell’interfaccia categoriale tra oggetto e soggetto, tra filosofia analitica e scienze cognitive (come me). Quindi prendo distrattamente atto che su riviste e quotidiani è emersa una evoluzione filosofica in atto da almeno due decenni (che credo sia legata anche a qualche personalismo accademico). Io, almeno dagli anni ’90, sono realista, perché ho portato a conclusione una mia riflessione linguistica, si potrebbe dire che ho abiurato la semiologia.
Il mio realismo in effetti si può definire gnoseologia evoluzionistica, ma queste sono etichette; il punto essenziale è che credo che l’apparato cognitivo dell’essere umano sia il risultato di una evoluzione biologica, che nel tempo ha costruito un corrispondente apparato-mondo che dipende dall’organismo (ad esempio il nostro spazio è tridimensionale perché abbiamo un labirinto nell’orecchio composto da tre canali ortogonali che appunto comunicano al cervello spostamenti tridimensionali); perciò io credo a. che il mondo esista, anzi resista b. che per me sia così come appare, anzi come il mio corpo me lo fa apparire.
E’ per questo che il mio amico ergaster sa cos’è l’antilope prima di nominarla, perché ha un apparato gnoseologico innato (quello che chiamiamo l’a priori della specie), un cervello che riconosce oggetti e opera induzioni, pensa. Come? Io condivido l’ipotesi dello psicologo cognitivo Jakendoff: c’è un insieme di rappresentazioni mentali primitive, un piccolo numero di elementari categorie ontologiche, tra cui COSA, LUOGO, EVENTO più un’algebra di relazioni intercategoriali, che specifica, ad esempio, che una cosa può occupare un luogo, un evento avere come parti un certo numero di cose e luoghi. All’inizio c’è l’anafora pragmatica: il dito indice: “questo qui”; le categorie ontologiche si possono rintracciare entro una varietà di domini semantici, per esempio i verbi di posizione possono essere divisi in 3 classi: ANDARE, ESSERE, STARE. Es. “una meteora precipita sulla Terra”= ANDARE (X,P): oggetto X lungo percorso P = EVENTO. A partire da questa primitiva ed universale grammatica del reale si generano metaforicamente pensieri più complessi, sempre più complessi quando il mio ergaster inventa il linguaggio. La tua obiezione che non si dà un significato prima di un significante è un sofisma, il significato si dà contemporaneamente al significante; tu confondi significato e riferimento, è questo che esiste prima della lingua, cioè dell’insieme dei segni, della catena significanti/significati. Per dirla con Fodor: c’è un template innato che determina la struttura del linguaggio naturale, compresi i suoi aspetti semantici o concettuali, cablato in noi dal bricolage dell’evoluzione. In cui c’è posto, molto posto, per le metafore, ma quando parliamo di metafore intendiamo attivazione del pensiero analogico, ovvero l’inferenza induttiva (“questo” è “quello”).
Questo è il nostro mondo così come lo possiamo conoscere noi essere umani. Ovviamente è molto di più, poiché siamo il risultato (straordinario?) di una evoluzione biologica e culturale; ma proprio per questo non bisogna far l’errore di ignorare che si tratta di una complessa dialettica tra natura e cultura, perciò non possiamo ragionare come se fossimo solo natura o solo cultura, rischieremmo di far la fine (anzi, mi sa che proprio la stiamo facendo) del visconte dimezzato.

p.s. hai notato che quasi sempre tu fai domande o obiezioni, ma quasi mai dai spiegazioni?
:(
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Re: Nuovo realismo???

Messaggioda wolfhowl il 02/04/2012, 17:30

Finora quello che cercavo di fare (evidentemente con scarsi risultati) era di mettere in dubbio quella certezza scientifica che riscontro in ogni tuo discorso qui sul forum. Ci proverò ancora una volta tramite una contestazione (dato che faccio quasi sempre quello) e poi ti allegherò un testo di Carlo Sini che mi ha profondamente convinto. L'obiezione è questa: tu ammetti che il nostro spazio è tridimensionale perchè lo percepiamo in quel modo, ne consegue che lo spazio non è tridimensionale in sè (o meglio è molto di più che tridimensionale) ma a noi è dato di percepirlo così. Tuttavia tu aggiungi che percepiamo in tre dimensioni "perché abbiamo un labirinto nell’orecchio composto da tre canali ortogonali che appunto comunicano al cervello spostamenti tridimensionali". Ma questa cosa che tu ritieni certa non appare anch'essa a causa di una percezione? A me sembra che sia così e che d'altronde anche le neuroscienze (alle quali ti rifai tanto), per dirla come kant, si occupano di fenomeni, non di noumeni. Finora ho cercato solo di fare questo, ma evidentemente ho divagato e mi sono perso: volevo mostrarti come anche la scienza sia legata ad una percezione o meglio, e questo ci introduce all'articolo di Sini, come essa sia legata a soggetti che sono sempre accaduti nel "mondo". Vi è insomma una reciproca influenza di soggetto e mondo che accadono e sono accaduti insieme in un determinata pratica (termine siniano). Dato che non sono riuscito ad arrivare dove volevo nel corso della discussione (e faccio notare che non abbraccio completamente il pensiero debole) ti lascio in allegato l'articolo; se avrai altre obiezioni potremo continuare la discussione.
Allegati
1908-7286-1-PB.pdf
L’ESPERIENZA E LA VERITÀ
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la scarpa

Messaggioda tiziano il 04/04/2012, 22:49

Meno male che non son permaloso, altrimenti mi irriterei di fronte al fatto (va bè, all’interpretazione) che non leggi attentamente quello che scrivo, costringendomi a ripetermi. A proposito della scienza, ad esempio: ma se proprio io ho invitato Ape a non avere troppa fiducia in essa e gli ho consigliato di propendere, come me, ad un “sano scetticismo”?Comunque ora vedo di chiarire la questione. Questa che segue è la parte introduttiva di un saggio che andavo scrivendo (e che non terminerò perché m’ha annoiato) intitolato “Credere alla scienza?”; mi pare che qui serva all’uopo:
“Attualmente la scienza usufruisce di un eccezionale prestigio, sociale e culturale. Dal momento della sua nascita, il XVII secolo, ad oggi ha sottratto al sapere umanistico, frutto di una tradizione intellettuale plurimillenaria, il suo primato gnoseologico, si è imposta come un rigoroso modo di comprendere e trasformare il mondo, è diventata parte integrante e propulsiva dello sviluppo economico, sta provocando una ardita mutazione antropologica dell’umanità. E’ ormai una convinzione diffusa in gran parte delle società occidentali ed orientali che la scienza sia depositaria della verità, impegnata a svelare i misteri della natura ed a mettere a disposizione le sue teorie per favorire il cammino della civiltà, e sono ben pochi i suoi critici e gli scettici: alcuni filosofi, qualche sociologo, una parte minoritaria del movimento ecologista e, benché possano sembrare incoerenti, taluni scienziati; ma la maggior parte delle persone, almeno delle persone istruite, ritiene pertinenti le ragioni che convalidano la conoscenza scientifica (anche se magari, come i creazionisti nei confronti dell’evoluzionismo, ne contestano alcuni risultati). A parte la superstizione e l’ignoranza, “per quale motivo – si domanderebbero queste persone - non dovremmo credere alla scienza?”
Eppure, in base ai meccanismi psichici e culturali che contribuiscono a formare le credenze, la domanda dovrebbe essere rovesciata: “Perché dovremmo credere alla scienza?”. Poniamo – ad esempio - di trovarci all’interno di una biblioteca e qualcuno ci chieda quanti libri vi sono contenuti, evidentemente non troveremmo strana la domanda né avremmo difficoltà a rispondere: basterebbe contarli, dato che son lì, ben visibili, sugli scaffali; ma se ci chiedono quanti raggi cosmici l’attraversano che rispondiamo? Che cosa sono i raggi cosmici, dove sono, come si possono osservare e contare? In effetti la scienza spodesta il nostro familiare mondo per presentarcene un altro molto più cervellotico, fatto di enti inosservabili e di relazioni astruse di cui è impossibile discernere la reale esistenza , tant’è che per il nostro senso comune ci sarebbe ben poca differenza tra un fantasma e un quark, tra un incubo e un buco nero, tra la teoria del Big Bang e la cosmogonia esiodea.
Se dunque si crede alla scienza è soprattutto per una questione di fiducia, effetto dello zeitgeist che proprio essa ha in larga parte contribuito a definire. D’altronde è perfino ovvio argomentare che tale fiducia dipende dal suo successo: le lampade si accendono, il vaiolo è stato debellato, gli aerei volano, le e-mail giungono a destinazione, dalla fissione nucleare si ricava energia elettrica e gli organismi possono essere geneticamente modificati. E’ questa un’opinione già proposta dal lungimirante Bacone: ista duo pronuntiata, activum et contemplativum, res eadem sunt, et quod in operando utliissimum, id in sciendo verissimum; ovvero: scienza e potenza coincidono, in quanto la capacità di produrre opere efficaci è garanzia della verità del metodo che consente di produrle, e viceversa.
Nondimeno, benché l’argomento sia praticamente formidabile, non può essere conclusivo. Perché - come si è notato or ora – molte teorie scientifiche trattano di oggetti ipotetici, al massimo verosimili, la cui osservabilità e controllabilità è aleatoria; inoltre non sempre la scienza ha avuto successo, infatti la sua storia è costellata di errori e fallimenti; d’altronde, proprio perché è una forma di sapere non dogmatica, ipotetica e sperimentale, destinata a mutare nel tempo, i suoi buoni risultati attuali non possono costituire un criterio di validità universale. Perciò, come nel paradosso di Achille e la tartaruga la vittoria del corridore può essere ragionevolmente prevista ma non dimostrata (se non a posteriori, “per accidente”, cioè con l’evidente fatto che sarà lui a tagliare per primo il traguardo), così la giustificazione della verità della conoscenza scientifica sancita dal suo successo può essere pragmaticamente convincente ma non è epistemologicamente fondata.”
Mi par d’essere chiaro. Ma aggiungo alcune altre considerazioni. Intanto torno a distinguere tra conoscenza scientifica e scienza: la prima è quella forma di conoscenza che si è liberata (perché per me non c’è dubbio che è stata una liberazione) dalla superstizione, dalla magia, dalla religione, sviluppando procedure di osservazione e dimostrazione razionali; la seconda è un’entità piuttosto astratta, una specie di totem intorno a cui danza la tribù degli scienziati, dei politici e di tanti cittadini sprovveduti, mentre altri gli scagliano contro anatemi. Se si distingue, come fece Dilthey, tra scienze nomotetiche e idiografiche si comincia a far chiarezza, perché le seconde si basano sull’osservazione, la descrizione, la classificazione mentre le seconde sono quelle “dure” che ricercano leggi universali, sono riduttivistiche e si basano su algoritmi; sono queste che fanno più discutere e impegnano di più l’epistemologia, dato che è arduo credere che tali leggi siano implicite nella realtà. Se si distingue tra scienza naturali, con eventi privi di intenzionalità, e scienza che si occupano di intenzionalità si fa ulteriore chiarezza; così come se ci rivolgiamo alla storia e distinguiamo tra la scienza degli esordi, fatta da un pugno di uomini intellettualmente ardimentosi, dalla tecno scienza attuale, fatta da un esercito di manovali tecnologici al servizio dell’industria e degli stati. Ci sarebbe anche da distinguere tra “contesto della scoperta”e “contesto della dimostrazione”, perché il fascino e perfino l’anarchia metodologica della scienza stanno nella scoperta, non nella dimostrazione. Ma ciò detto resto convinto che i protocolli della conoscenza scientifica siano quanto di meglio ci possa essere, allo stato attuale, per descrivere e comprendere il mondo. Se qualcuno mi presenta qualcosa di più efficace l’accoglierò a braccia aperte…
L’articolo di Sini: a prescindere dal fatto (ohibò! l’interpretazione) che non vi ho trovato nulla contro la scienza e neanche molta chiarezza, per quel che c’ho capito posso dire di essere complessivamente d’accordo con lui, anche se vuol confutare un Putnam che si è già confutato da solo e sorvola su Kripke (quindi, per la proprietà transitiva, sarei d’accordo anche con te. Ma allora….?) Direi che laddove parla di un “realismo moderato” meglio sarebbe parlare, come faccio io, di “realismo ipotetico”; d’altronde quando si ripropone l’enigma kantiano: com’è che qualcosa che sta nella nostra mente rappresenta qualcosa che sta fuori dalla nostra mente? non ci si dovrebbe dimenticare che la nostra mente non sta fuori dal mondo bensì dentro il mondo. Proprio per questo ci è negato quello “sguardo da nessun luogo” che solo potrebbe determinare certezze e verità; la nostra non è una razionalità olimpica ma precaria, provvisoria, senza fondamenti. Perciò non capisco chi i fondamenti si ostina a cercarli, o perché ritiene che nel mondo là fuori ci sono davvero (il realista puro) o perché ritiene che siano fuori dal mondo (l’idealista puro; noto en passant che realista e idealista sono le due facce di una stessa moneta). Ad esempio tu mi dici che non tengo conto dello spazio in sé, ma io cos’è lo spazio in sé non lo so, non lo posso sapere (a proposito: se sei d’accordo con Sini non ti sei accorto che invita a smetterla di baloccarsi con la cosa in sé?); così come dici che la scienza si occupa di fenomeni, ma non possiamo che occuparci di quelli, dato che il noumeno è inconoscibile. Solo il mistico può pensare di conoscerlo estaticamente (anche se bisognerebbe intenderci su cosa sia il misticismo…). Comunque, anche se non se n’è accorto quasi nessuno, lo stesso Parmenide se ne era reso conto; infatti quando distingue tra aletheia e doxa, non distingue tra verità e falsità bensì tra verità e rappresentazione del mondo. Va bè, corro il rischio di modernizzarlo troppo… Comunque il punto è: il mondo è rappresentazione, perciò la rappresentazione è il mondo.
Su ciò credo che saremmo tutti d’accordo, io, te, Sini. Il disaccordo è su un altro punto (e difatti Sini su ciò ci scivola sopra): il mondo, qualunque cosa sia, in qualunque versione si presenti (in omaggio al mio maestro dirò: qualunque sia la sua espressione), c’è, esiste (letteralmente: “sta fuori”), resiste, persiste. Pensa all’esempio di Recalcati sul fatto che un fatto è un’interpretazione: la scarpa per un feticista non è solo una scarpa; giusto ma se la scarpa per il feticista non è solo una scarpa, poiché la interpreta in modo differente, è perché prima di tutto è una scarpa….
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Big Bang

Messaggioda wolfhowl il 05/04/2012, 14:06

Forse siamo d'accordo (almeno così mi sembra di aver capito). Chiarisco alcune cose: io non ti detto che non tieni conto dello spazio in sé, ti ho semplicemente fatto notare che lo spazio tridimensionale è risultato di una percezione. Inoltre mi sembra che entrambi riteniamo che si possa avere esperienza solo dei fenomeni e che non esista il soggetto puro che giudica il mondo esternamente da esso, da una posizione privilegiata; si è sempre più soggetti al mondo che soggetti di esso. Quello che rilevi come punto di disaccordo a me non sembra tale: come per l'esempio della scarpa anche Sini dice: che il mondo accade in diversi modi (il suo "come") ma comunque si imposti la faccenda resta il fatto (che poi sarebbe un interpretazione ma questa volta preferisco la parola fatto) che il mondo accade; si può dire solo che accade, non come accade se non si vuole ricadere nei soliti paradossi (o meglio, si può dire anche come accade ma senza dimenticare che si sta dando un'interpretazione). Solo su una cosa del tuo ultimo post non sono d'accordo (ma d'altronde non si può essere d'accordo su tutto). Cioè su quella frase : "resto convinto che i protocolli della conoscenza scientifica siano quanto di meglio ci possa essere, allo stato attuale, per descrivere e comprendere il mondo." Per me i protocolli della conoscenza scientifica non sono quanto di meglio ci possa essere (e chissà che cosa ci può essere), sono semplicemente ciò di cui disponiamo in questo tempo. Riprendendo il discorso fatto sopra potrei dire così: quel mondo che accade (che accade e basta, come un evento), ha formato soggetti e oggetti (e qui sto fornendo un'interpretazione del come) inscritti in una "pratica di vita" di tipo scientifico, cioè in un contesto di tipo scientifico (che comprende la conoscenza scientifica e la scienza stessa, che ora è diventata tecnoscienza). Probabilmente non abbiamo un'altro tipo di conoscenza altrettanto valida in questo contesto, bisogna comunque stare attenti a non universalizzare tutto ciò (ma ho visto che questo non è il tuo caso). Porto un piccolo esempio: la scienza dice che l'universo è nato circa 14 miliardi di anni fa con il Big Bang, per giustificare tali teorie porta tutta una serie di prove sperimentali e quasi tutti risultano convinti della cosa. Ma analizzando un po' più a fondo la questione si vedrà un paradosso: la scienza sta dicendo che se 14 miliardi di anni fa ci fossero stati dei telescopi uguali ai nostri, costruiti in un contesto sociale uguale al nostro, e con "soggetti" che sono inscritti in queste pratiche di vita, allora e solo allora avremmo visto ciò che effettivamente riteniamo sia successo. Un paradosso, non ti sembra? Non abbiamo forse detto che "la nostra mente non sta fuori dal mondo bensì dentro il mondo"?
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Re: Nuovo realismo???

Messaggioda tiziano il 05/04/2012, 16:21

Probabilmente non abbiamo un'altro tipo di conoscenza altrettanto valida in questo contesto, bisogna comunque stare attenti a non universalizzare tutto ciò
Condivido. Dunque sulla scienza siamo d'accordo. Aggiungerei che anche se non è vera però è utile, ma non ne sono molto convinto. Siamo d'accordo, a parte qualche dettaglio; e siccome il diavolo sta proprio nei dettagli scommetto che prima o poi ci torneremo sopra; anche perché c'è sempre la questione di come e se il linguaggio aggancia il mondo.
Comunque ora me ne vado sul mare per qualche giorno (il mare è una delle interpretazioni del reale che preferisco), eventualmente ci rivediamo dopo che si sarà consumato il mistero cristiano (chiedo scusa ai cristiani per l'irriverenza ma... :lol: ).
Goodbye :)

Ps: colgo l'occasione per lanciare ancora una volta l'appello a tutti i filosofi che bazzicano da queste parti: non lasciateci sempre da soli a duettare! Fatevi vivi
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Re: Nuovo realismo???

Messaggioda wolfhowl il 05/04/2012, 17:52

Buone vacanze Tiz!
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Re: Nuovo realismo???

Messaggioda wolfhowl il 20/05/2012, 20:50

Una conferenza/dibattito sull'argomento...

parte 1 (Maurizio Ferraris) http://www.youtube.com/watch?v=Ge7VEBhDUXo

parte 2 (Carlo Sini) http://www.youtube.com/watch?v=LH5SEZElsek
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