Dell'esperienza

Ed ora rilassatevi,chiudete gli occhi,aprite la mente e lasciate volare liberi i vostri pensieri,le vostre riflessioni filosofiche...

Dell'esperienza

Messaggioda tiziano il 02/01/2015, 20:21

cari ignoti,
poiché non sono un augure non vi faccio gli auguri di buon anno.
Invece inizio a trattare dell'esperienza (come avevo minacciato di fare nel post "Meditazioni morali"); sono solo i preliminari, poi (ma penso molto poi perché è un periodo in cui sono molto impegnato col lavoro) seguiranno le vere riflessioni.
Quindi ecco qua:

DELL’ESPERIENZA

Perse nel gioco della semiosi infinita che la lingua consente, le parole vanno e vengono tra gli enunciati, usate e spesso abusate, finché il loro significato non si snatura o addirittura si trasforma in un altro. Le adoperiamo spesso con noncuranza, non ci interessa – ad esempio – degli slittamenti di senso di “piede” in frasi come “il ladro ha usato il piede di porco”, “mi duole il piede”, “il piede è dattilo”, né di quelli di “carta” in “manca la carta nel bagno”, “cerca Beziers sulla carta”, “voglio carta bianca”; infine ciò che importa è intendersi, fatto che nella vita quotidiana accade quasi sempre, per cui il destino delle parole che usiamo lo lasciamo ai versi dei poeti e allo studio dei filologi. E dei filosofi, che spesso ci si intrigano; basti pensare a quanto hanno speculato sulla parola “essere”, che da semplice verbo è diventato una sorta di dimensione ineffabile della realtà.
Una’altra parola che ha avuto una storia ondivaga è: “esperienza”. La si usa con notevole frequenza, come fosse una sorta di jolly lessicale, per designare le attività e le conoscenze più disparate; perciò si può parlare di “un’esperienza di laboratorio” e di “un’esperienza mistica”, benché il misticismo e l’esperimento scientifico non abbiano nulla in comune; così come si può dire di una donna che ha grande esperienza ma è meglio evitare di dire che ha avuto molte esperienze, per non cadere in spiacevoli fraintendimenti sessuali; è perfino possibile contrapporre l’esperienza alla conoscenza oppure al contrario considerare questi due concetti come sinonimi. Come ha fatto persino Dante, che nelle sue opere ha usato “esperienza” molte volte (ben 16 nel Convivio e 10 nella Commedia, come rileva lo spoglio filologico) in molteplici sensi: prova, esperimento, conoscenza, dimostrazione, ecc..; comunque è proprio a lui che si deve la rappresentazione più nobile dell’esperienza, in quell’ ”orazion picciola” che Ulisse, nel XXVI Canto dell’Inferno, rivolge ai suoi compagni per spronarli all’ultimo periglioso viaggio, un breve discorso che tuttavia nella propria drammatica concentrazione è contemporaneamente il disegno di una vita e di una civiltà.
Ma su quei versi torneremo, poiché spiegano in parte il perché abbia avvertito il bisogno di riflettere su quel comportamento che definiamo “esperienza”, un comportamento così indefinibile proprio perché si introietta in ogni nostro atto, pervade la vita, è la vita.
Quando lessi "Della certezza" di Wittgenstein fui colpito dalla singolare deficienza analitica di una minuziosa ricognizione delle precarietà epistemica delle credenze del senso comune, con numerosi richiami all’esperienza, senza però che ci fosse una sua definizione; se – come ho scritto prima – la noncuranza lessicale e concettuale è emendabile per i parlanti comuni, non lo è certamente per un filosofo così ossessionato dall’analisi linguistica. Quest’ultima opera (la parte finale l’ha scritta due giorni prima di morire) è una lunga serie di annotazioni e riflessioni sul testo di George Moore "Apologia del senso comune", che vi afferma la sua fondata convinzione che alcune credenze siano evidentemente incontestabili, vere, come ad esempio la credenza che “io esisto”; Wittgenstein invece prova a dimostrare che la convinzione è infondata, in quanto il senso comune è piuttosto l’espressione di un sistema di consuetudini cognitive, un’immagine del mondo con cui orientare il nostro pensiero e il nostro agire di cui infine ha poco senso decidere se i suoi giudizi siano veri o falsi. Perciò osserva:

"Ma non è forse l’esperienza a insegnarci a giudicare così, cioè a insegnarci che è giusto giudicare così? Ma in che modo ce l’insegna l’esperienza? Noi possiamo forse desumerlo dal’esperienza, ma l’esperienza non ci aiuta a desumere qualcosa da se stessa (il corsivo è mio). Se l’esperienza è la ragione (e non semplicemente la causa) per cui giudichiamo così, allora non abbiamo più una ragione per considerare ciò come una ragione."

E’ una diffusa opinione che Wittgenstein sia uno dei grandi filosofi novecenteschi, insieme ad Heidegger; io invece li ritengo entrambi sopravvalutati e mi sembrano ambedue soprattutto, sia pure in modi diversissimi tra loro, prestigiatori della parola, immemori infine che le parole sono comunque in qualche modo ancorate alla realtà. Cosicché in questa nota mi pare proprio che Wittgenstein celi, oppure dimentichi, nel gioco di parole tra l’esperienza come ragione del giudizio e la ragione come giudizio dell’esperienza, che proprio di essa, comunque sia elemento essenziale del giudizio, non dice nulla. Alla fine, dunque, benché condividessi la sua opinione di un’epistemica infondatezza delle proposizioni empiriche di cui il senso comune si sostanzia, rimasi deluso dalla lettura, perché mi pareva che fosse stato eluso il problema principale, ovvero di come tali proposizioni siano originate dall’esperienza. Ma insomma: che cos’è l’esperienza?
Io sono un lettore del tipo che Nietzsche si augurava di incontrare, poiché leggo, e penso, come le vacche digeriscono: ruminando, cioè lasciando che le idee si incistino da qualche parte della mia mente, vi si sedimentino e fermentino mentre aspettano di essere evocate o provocate; perciò la questione dell’esperienza scivolò nel mio limbo intellettuale in attesa del momento della sua riemersione. Questo momento è venuto quando il mio pensiero, non per caso, ha subito una svolta. Ho impegnato gran parte dei miei studi e delle mie riflessioni nel campo della gnoseologia e dell’epistemologia, convinto che la conoscenza sia uno scopo essenziale della vita e che la scienza sia la più potente estrinsecazione storica della conoscenza, tuttavia – forse perché urtato dalla visione di questi tempi contemporanei pregni di ingiustizie e malignità – ho cominciato a meditare sulle questioni etiche e, soprattutto, bioetiche (ma anche politiche, nel senso che queste sono necessariamente conseguenza di una moralità, non certo per interesse alle sceneggiate che quotidianamente ci propina un establishment inetto, incolto, anacronistico). Perciò quei versi danteschi tante volte riletti si sono illuminati di un nuovo significato,diventando una sorta di poetico avvertimento del mio errore nonché invito a rimediarlo.

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Virtù, ovvero il discernimento morale, e conoscenza non possono essere disgiunte; non solo il disinteresse etico è pericoloso per l’esistenza dell’individuo e della società, ma è anche un dimezzamento del pensiero, in quanto ignora uno dei termini della diade in cui consiste la realizzazione di una piena umanità. Così nuovamente interpretando l’ “orazion picciola” con cui Ulisse incita i suoi compagni all’ estrema avventura, ho notato che egli la giudica un’esperienza:

“O frati”, dissi, “che per cento milia
Perigli siete giunti a l’occidente,
a questa picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente”.

e quando, nei versi precedenti, Ulisse inizia il suo racconto, dice:

“né dolcezza di figlio, né la pieta
Del vecchio padre, né ‘l debito amore
Lo qual dovea Penelope far lieta
Vincer potero dentro me l’ardore
Ch’i ebbi a divenir del mondo esperto

Dunque per Dante la conoscenza è l’esperienza, e l’esperienza è l’andare verso ciò che si vuol conoscere, il diretto contatto con le cose del mondo.
Ecco dunque che io son tornato a pensare all’esperienza e, conseguentemente, ciò che nella mia mente s’era un tempo riposto, quelle perplessità wittgensteniane e quella domanda priva di risposta, si sono riattivate. Ma cos’è l’esperienza?
Per rispondere a questa domanda ho fatto due mosse ( ma potrei anche definirle difetti o vizi)molto filosofiche: 1. Il ricorso all’introspezione, cioè ho provato ad osservare me stesso quando presumo di avere un’esperienza, con il rischio ovviamente di confondere il comportamento di un particolare essere umano (io) con l’umanità e, soprattutto, dando per scontato che la mia coscienza intuitivamente sappia ciò che intellettualmente dichiara di non sapere; 2. Ho ricordato, o riletto, o letto qualche libro di filosofia che tratta dell’esperienza. Qualche testo indicativo: "Esperienza e povertà" di Benjamin, "Infanzia e storia" di Agamben, "Idee per una teoria dell’esperienza" di Landi, "Antropologia dell’esperienza" di Turner, "Esperienza e natura" di Dewey; potrei proseguire quest’elenco con altri titoli, ma interrompo questa in fondo inutile bibliografia per svolgere piuttosto una digressione polemica: ancora una volta mi sono trovato immerso in un blablabla filosofese – che sopporto sempre meno – caratterizzato soprattutto da inflazione lessicale e argomentazioni ridondanti e sovente inconcludenti. Ad esempio: Benjamin in "Esperienza e povertà" afferma che la guerra ha ridotto le esperienze degli uomini, ma evidentemente si confonde contraddicendosi, dato che, tragicamente, le ha piuttosto arricchite, avendo essi sperimentato il dolore, la paura, la morte; probabilmente egli voleva dire che l’esperienza della guerra ha sovrastato, sino a rendere inutili, quelle altre esperienze che comunemente accompagnano la vita nella sua quotidianità; dopo di che, con un salto logico che ci lascia il compito di comprenderlo, fa un’altra affermazione ben più profonda, cioè che è lo sviluppo della tecnica che produce l’impoverimento dell’esperienza, contemporaneamente ad un mistificante ricorso a saperi pretecnologici che diffondono come una moda la nostalgia della natura (astrologia, chiromanzia, spiritismo, joga, ecc.); tuttavia anche in questo l’argomentazione si basa sulla mancata o implicita definizione di esperienza, perché circoscrivere l’esperienza alla natura è riduttivo.
Comunque sono riemerso da questo studio con una memoria ravvivata ma con la conferma di ciò che supponevo prima di iniziarlo, ovvero che le idee filosoficamente più interessanti sull’esperienza si trovano in Dewey e in Husserl.
Due considerazioni in margine:
1. sono quelle “filosoficamente” più interessanti” significa che fuori dalla filosofia se ne trovano altre, ancor più interessanti; non può essere altrimenti, dato che il comportamento umano è studiato scientificamente dalla psicologia e dall'antropologia.
2. Poiché ritengo che il pensiero filosofico sia dopo tutto un gran bricolage, mi sa che in sintesi tutto ciò che c’era da dire è già stato detto da Aristotele (ma non ho alcuna intenzione di fare un altro po’ di storia della filosofia, a giro c’è chi ne fa sin troppa…)
tiziano
 
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Dell'esperienza. tra filosofia e filologia

Messaggioda tiziano il 10/02/2015, 19:15

Quando rifletto su qualcosa in primo luogo esploro il significato delle parole che lo indicano (perché io infine sono un realista, che crede che le parole siano in qualche modo e originariamente ancorate alle cose; solo che nel tempo i significati fluttuano, fino talvolta a divenire enigmatici, creando problemi). Quindi ho cercato sul dizionario il lemma “esperienza”, di cui vengono riportati 4 significati:
1. Conoscenza pratica della vita o di una determinata sfera della realtà, acquistata con il tempo e con l’esercizio.
2. Ogni singolo atto o avvenimento, occasionale o deliberatamente cercato, al quale si è partecipato e dal quale si è ricavato una conoscenza, una modifica del comportamento.
3. Nel linguaggio scientifico: esperimento
4. (filosof.) conoscenza che muovendo dalla percezione sensibile organizza i dati mediante la riflessione e la loro verifica sperimentale; è contrapposta alla pura ragione.
Dal latino experentia, derivato di experiri, “esperire”, “sperimentare”
La quarta definizione, quella assegnata all’ambito filosofico, è soltanto una semplicistica sintesi del destino del concetto di esperienza nella storia filosofica.
I filosofi greci ne compresero il ruolo nella formazione della conoscenza, tuttavia ne trattarono solo per disprezzarla, relegandola nel campo della contingenza e dell’ingannevole apparenza; poiché è vero che ci pone in contatto col mondo, ma siccome per i Greci di mondo c’è n’è un altro, ideale, trascendente e conoscibile solo noeticamente, dell’esperienza occorre diffidare, lasciandola all’arte, cioè la techne, e agli artigiani. Questa concezione dell’esperienza come spazio in cui si incontrano e intrecciano sensibilità e razionalità tecnica e conoscenza rimarrà più o meno invariata sino all’epoca moderna, quando quello spazio fu riconfigurato dall’empirismo, per cui sensazioni ed impressioni sono gli elementi primi e immediati dell’esperienza ma poi devono essere ordinati dalla coscienza; ovvero: si comincia a capire che essa non è semplicemente un flusso di percezioni bensì un processo più complesso.
La terza definizione è epistemologicamente fuorviante, val la pena di spiegare il perché. Certamente il concetto di “esperienza” è etimologicamente legato a quello di “esperimento, ma sono invece separati epistemologicamente, appunto. La differenza la ben spiegata, agli albori della scienza moderna, Bacone:
L’esperienza, se viene incontro spontaneamente, si chiama caso, se appositamente cercata prende il nome di esperimento. Ma l’esperienza comune non è che una scopa slegata, un procedere a tastoni come chi di notte si vada aggirando qua e là nella speranza di imbroccare la via giusta, mentre sarebbe assai più utile e prudente aspettare il giorno e accendere un lume e, quindi, infilare la strada. L’ordine vero dell’esperienza comincia con l’accendere il lume; con esso poi rischiarare la via principiando dall’esperienza ordinata e matura e non già da quella saltuaria e a rovescio; prima deduce gli assiomi e poi procede a nuovi esperimenti
Di fatto la nascita della conoscenza scientifica moderna coincide con la distinzione tra esperienza ed esperimento, sottraendola all’ambito originario del senso comune, trasportandola fuori da se stessa per conferirle un nuovo statuto epistemico, integrato da strumenti, misure e matematica; insomma, le “sensate esperienze e le matematiche dimostrazioni” di cui parla Galileo Galilei.
Io tuttavia ora non sono interessato alla riformulazione dell’esperienza operata dalla scienza moderna ma proprio dall’esperienza in quanto “scopa slegata”, avvenimento comune di ogni esistenza mondana. Quindi prendo come riferimento la seconda definizione; la seconda e non la prima, perché quest’ultima la fa dipendere dal tempo e dalla pratica, mentre io sto cercando di inseguire l’esperienza come evento situato qui e ora.
Comunque, infine, credo più utile concentrarmi sull’etimologia, sulla storia della parola; sono convinto che la filologia mi aiuterà più della filosofia. Perché l’etimologia della parola rimanda al latino ex-periri ed ex-perientia, ex-periens, ex-perior: “provo”, “tento”, e infine al greco pēira; insomma vi traluce il senso del per-ire, dell’attraversare provenendo da qualche parte, ex, e questo attraversare, peirao, è una prova, un rischio, pēira, appunto. L’esperienza dunque non è un passivo recepire il mondo e le cose bensì un processo, un incontro-scontro con qualcosa.
tiziano
 
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